Finalmente la storia della fine della storia è finita
Autore Saverio Osso Anno2025 Compare in Prospettive pluriversali e immaginazione n.0. Per una creatività non antropocentrica
Note e testi di riferimentoDe Andrè, F., Nella mia ora di libertà, in “Storia di un impiegato”, 1973
Cunliffe, P., Hoare, G., Hochuli, A., La fine della fine della storia. Lo strano ritorno della politica nel XXI secolo, Tlon, 2021
Mattioli, V., La funzione Fisher, prefazione di Fisher, M., Realismo Capitalista.
Fisher, M., Realismo Capitalista, Nero Edizioni, Roma, 2018
Giulio Armeni, post del 27 ottobre 2024 su Instagram
[Nota editoriale] Questo articolo fa parte di una serie di estratti tratti da Prospettive pluriversali e immaginazione, una ricerca dedicata alle relazioni tra ecologia, produzione culturale e immaginazione politica. Ogni testo è stato rielaborato per la pubblicazione nel Journal di [ZSD]Project e può essere letto in modo autonomo. Ginnastica d’obbedienza
L’affermazione di un sistema politico-economico, inteso come metodo privilegiato per gestire un’umanità diretta a gonfie vele verso un futuro radioso, ha giovato di due principali elementi caratteristici della natura del capitalismo.
Da un lato, la consapevolezza che la storia fosse giunta a un verdetto, dichiarando in modo evidente il fallimento del socialismo, aveva reso possibile un graduale e inesorabile processo di depoliticizzazione della quotidianità (ne abbiamo parlato qui).
Come visto nel primo capitolo, governare un Paese viene inquadrato come un semplice processo tecnico: una dieta in cui amministrare i pasti gestendo le calorie introdotte da fonti energetiche sane, ponendo attenzione a quali elementi escludere per preservare la condizione comunemente consacrata a benessere, giustificando i sacrifici necessari in nome di un bene più grande.
L’individuo-paziente ha così potuto compensare la noia socialdemocratica post-ideologica con una realtà fatta di piani ben precisi, comprensivi di alimenti consigliati, magari qualche ricetta per punti, e la continua immagine di un futuro roseo a costo di qualche sacrificio quotidiano.
Il secondo aspetto è la sottovalutata pervasività dei processi di deterritorializzazione del capitalismo. La deterritorializzazione tipica della prassi finanziaria del capitalismo si riflette anche sull’orizzonte del pensabile del singolo, che si riguarda in vista dell’atteso sgarro.
Gli strumenti della postpolitica prendono campo soprattutto sul piano ideologico: <<La sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginare un’alternativa coerente>> (Fisher, 2018).
Nel trattare questo tema, Fisher riporta la distinzione lacaniana tra reale e realtà: quest’ultima, interpretazione contingente dei dati empirici volta a definire lo scenario della quotidianità umana, nasconde il reale in quanto tale.
Rappresentato come spaccature della realtà, il reale è rattoppato e occultato con vicende ideologizzate: <<nel corso di poco più di trent’anni il realismo capitalista ha imposto con successo una sorta di ontologia imprenditoriale per la quale è semplicemente ovvio che tutto, dalla salute all’educazione, andrebbe gestito come un’azienda>> (Fisher, 2018) o come il piano alimentare prescritto da un dietista.
La realtà definita in questi termini si configura quindi come uno scenario culturale astorico segnato da interferenze antimnemoniche, per le quali il tempo è ripartito in microporzioni digitali.
La postpolitica depoliticizza il reale assicurandosi che la fruizione e l’interpretazione degli eventi sia volutamente personalizzabile in un range di possibilità predefinite.
Durante la sua attività di docente, Fisher racchiude questa tendenza nel fenomeno della post-lessia: <<gli adolescenti processano dati densamente affollati di immagini senza alcun bisogno di saper leggere davvero; il riconoscimento degli slogan è tutto quello che serve per navigare il piano dell’informazione online e mobile>> (Fisher, 2018).
Queste parole risultano adatte anche a descrivere l’approccio al voto all’interno della nostra democrazia.
In quanto elettori siamo continuamente sottoposti a contenuti costruiti su misura che arrivano nelle nostre tasche, fornendoci brandelli di realtà che indirizzano discussioni e ragionamenti, senza il reale bisogno di leggere e senza la necessità di allenare il nostro senso dell’orientamento, portando avanti il progetto di post-democrazia descritto da Colin Crouch.
<<Per Crouch, la post-democrazia è un sistema in cui i politici hanno ancora bisogno dell’assenso della cittadinanza, ottenuto tramite le elezioni, ma dove la posizione dell’elettore non è più quella di un soggetto consapevole bensì quella di un oggetto manipolabile>> (Cunlife, Hoare, Hochuli, 2021).
Sgarro settimanale
Il concetto di realtà, centrale anche nelle proposte L/Acc (ne abbiamo parlato qui) rimane un aspetto di negoziazione importante, configurandosi come un flusso ripiegato su se stesso in cui la direzione da seguire è sempre malleabile, come un gelato a due gusti che si scioglie nella sua stessa coppetta.
Uno degli elementi più importanti di una dieta è quello del pasto libero.
Lo sgarro è il pasto della settimana in cui l’individuo è libero di mangiare e sfogare i suoi desideri di gola: concessione pianificata, consigliata dai professionisti, per aiutare a mantenere la motivazione durante una dieta restrittiva, evitando la sensazione di privazione per rendere più sostenibile il regime alimentare a lungo termine.
In questo senso, lo sgarro si è manifestato come un nutrizionista generoso, incline a inserire un pasto goloso all’interno del piano settimanale con l’obiettivo di mandare avanti il programma senza troppe storie.
Cos’altro avrebbe potuto distogliere la concentrazione di chiunque da un futuro fatto di un corretto Indice di Massa Grassa?
Quel pasto si è posizionato nella mente delle persone comuni come catalizzatore di tutte le voglie represse: la deterritorializzazione pandemica abbattutasi sull’immaginario del singolo si è propagata per continuità ai vicini tessuti del desiderio.
La lungimiranza autoconservativa del capitalismo è stata tale da porre lo sgarro al centro delle sue diete, aprendo spazi di comunicazione capaci di inglobare l’anticapitalismo come parte del processo di sviluppo del capitalismo stesso.
<<Questo anticapitalismo «di sistema» preoccuperebbe poco, se solo si potesse distinguere da un anticapitalismo autentico. E però, anche prima che gli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre ne compromettessero l’ascesa, il cosiddetto movimento anticapitalista è sembrato concedere troppo proprio al realismo capitalista: vista la sua incapacità di ipotizzare un modello politico-economico alternativo al capitalismo, il sospetto fu che il suo obiettivo fosse non rimpiazzare il capitalismo stesso, quanto mitigarne gli eccessi peggiori; e visto che le forme in cui il movimento anticapitalista si è espresso prediligevano più la protesta che l’organizzazione politica vera e propria, la sensazione era che questo movimento si riducesse a una serie di richieste isteriche senza che nessuno si aspettasse che venissero accolte sul serio. Per il realismo capitalista, la contestazione è diventata una specie di burlesco rumore di fondo, senza dire che le proteste degli anticapitalisti sembravano condividere fin troppo con eventi ultra corporate come il Live 8 del 2005 e la sua roboante pretesa che i politici eliminassero la povertà per decreto>> (Fisher, 2018).
Nascosti dietro un dito
Il punto toccato dai diversi autori incontrati è che il sistema ha assunto valori e pratiche provenienti dall’anti-sistema per permettere agli individui di sentirsi persone integre e propositive, rimanendo nei circuiti serrati del consumo sfrenato.
Questo si è manifestato in diversi aspetti: la declinazione più comune si concretizza in un’infinita lista di etichette e hashtag che ha invaso i social e le confezioni dei prodotti, mettendo in risalto processi produttivi apparentemente etici (prodotti cruelty free, bio, eco).
Metodi per permetterci di ignorare al punto giusto quella vocina nella testa che ci fa notare continuamente qualcosa di profondamente sbagliato nella realtà di cui siamo parte: rimaniamo convinti che il capitalismo sfrenato sia malvagio, quindi, in virtù di questa convinzione personale, siamo liberi di continuare ad affogarci dentro.
Fisher aggiunge, citando Žižek:
<<(…) l’ideologia prevalente è il cinismo; le persone non credono più in nessuna verità ideologica; la gente non prende seriamente nessuna proposta ideologicamente connotata. Il livello fondamentale dell’ideologia, in ogni caso, non è quello di un’illusione che maschera il reale stato delle cose, quanto quello di una fantasia (inconscia) che struttura la nostra stessa realtà sociale. E a questo livello, siamo ovviamente tutto tranne che una società post- ideologica. Il cinico distacco è soltanto un modo di renderci ciechi di fronte al potere strutturale della fantasia ideologica: anche se non prendiamo le cose sul serio, anche se manteniamo una distanza ironica da quello che facciamo, continuiamo comunque a farlo>> (Fisher, 2018).
Le proposte alternative sono state quindi ammesse come sottofondo della melodia ufficiale, redirezionando le richieste anti-sistema alla stregua di proposte isteriche prive di qualsiasi reale fattibilità, perpetrando la vita dell’iperoggetto-capitalismo basato sui nostri tentativi quotidiani apparentemente protesi a prenderne le distanze.
Una volta neutralizzate persino le spinte antagoniste, il sistema non avrebbe potuto fare altro che prosperare, in lungo e in largo.
È stato effettivamente così, in una fase in cui la fiducia verso le infrastrutture definite dal sistema mondializzato era massima. Questa fiducia ha iniziato a traballare nel momento in cui l’intera struttura ha improvvisamente scoperto un fianco debole che ha incrinato le certezze di mezzo mondo.
Gli indizi sono da ricercare nelle macerie del World Trade Center, nella crisi mondiale avviata tra il 2007 e il 2008 a seguito di campagne di speculazione guidate dall’illusione dell’infallibilità del mercato, e negli eventi che hanno condotto al frazionamento dell’Europa con l’uscita della Gran Bretagna e l’elezione di Trump.
Il colpo di grazia dato dal Covid-19 ha decretato la fine di un equilibrio già sbilanciato da diversi anni, definendo la fase di fine della fine della storia e l’apertura a nuove tendenze politiche e sociali diffuse in tutto il mondo.