Paradigma dello sviluppo inevitabile
Autore
Saverio Osso
Anno2025
Compare in Prospettive pluriversali e immaginazione n.0. Per una creatività non antropocentricaNote e testi di riferimentoSachs, W., Dizionario dello sviluppo rivisitato, in “Pluriverso, dizionario del post-sviluppo”, Orthotes, Napoli, 2021
McMichael, P., Lo sviluppo come progetto, in “Pluriverso, dizionario del post-sviluppo”, Orthotes, Napoli, 2021
Nordhaus, T., Schellenberger, M., The death of environmentalism. Global warming politics in a post-environmental world
Environmental Progress, https://environmentalprogress.org/
[Nota editoriale] Questo articolo fa parte di una serie di estratti tratti da Prospettive pluriversali e immaginazione, una ricerca dedicata alle relazioni tra ecologia, produzione culturale e immaginazione politica. Ogni testo è stato rielaborato per la pubblicazione nel Journal di [ZSD]Project e può essere letto in modo autonomo.
Lo spartito dello sviluppo
La metafora dello spartito aiuta a comprendere la struttura culturale che si afferma dopo il 1991.
Lo spartito che si afferma dopo il ‘91 comprende molte cose al suo interno: una struttura ritmica, l’articolazione, il fraseggio, il timbro. Tutti elementi utili a controllare l’esecuzione del brano, creando l’atmosfera desiderata e plasmando l’esperienza musicale complessiva.
Il concetto di sviluppo è posto alla base dello spartito e di tutto quello che da questo deriva.
Il concetto non nasce in quell’occasione: era già stato centrale nella definizione di tutta la cultura imperialista del mondo occidentale, depositario della civiltà e del progresso. <<Ricordiamocelo: nella seconda metà del ventesimo secolo la nozione di sviluppo si ergeva sopra le nazioni come un potente sovrano. Era il programma politico dell’era postcoloniale>> (Sachs, 2021).
Wolfgang Sachs riconduce la prima formulazione del concetto al 1949, quando il termine “aree sottosviluppate” è usato da Truman nel suo discorso di insediamento: prende il via l’era dello sviluppo che avrebbe condotto successivamente all’era della globalizzazione.
Il termine “sviluppo” è concepito come un processo di riordinamento attivo della società, su modello di nazioni avanzate capaci di mostrare alle nazioni rimaste indietro la via retta da seguire per rimanere nel verso giusto della storia.
Il processo alle sue origini è favorito dalla condizione in cui versa il globo: reduce dalla Guerra Mondiale, tutto il mondo aveva bisogno di sostegno. E l’unico capace di fornirlo era proprio Harry S. Truman, che guida la ricostruzione stabilizzando il capitalismo di stampo americano su tutto il mondo, anche sul quello emerso dai processi decoloniali.
Implementando l’egemonia su un mondo devastato e in fase di ricostruzione non solo fisica ma anche psicologica, l’ideologia economica americana ha avuto modo di diffondere il suo spartito e le sue strutture ritmiche in ogni parte del mondo, ponendo le basi concettuali che hanno costruito la società mondiale, poi esplosa con la globalizzazione.
Inventare il sottosviluppo
<<Descrivendo le culture del terzo mondo come non sviluppate si è potuto cancellare il ruolo giocato dallo sfruttamento coloniale nell’ascesa dell’Occidente. Inoltre, il modello occidentale di sviluppo industriale, opportunamente idealizzato, è stato imposto come standard universale, come dimostrano le unità di misura scelte per calcolare il Prodotto Nazionale Lordo. In qualità di surrogati del Primo Mondo, le istituzioni di Bretton Woods hanno svolto il ruolo chiave di agenzie finanziarie a supporto dei programmi di aiuto statunitensi che miravano a trasformare gli Stati del Terzo Mondo in clienti commerciali ed ottenere l’accesso a risorse considerate strategiche nell’ambito della crociata anticomunista. In questo scenario, sebbene pensato come sinonimo di crescita economica nazionale, lo sviluppo si è tradotto piuttosto nel progressivo dominio del mercato su scala mondiale>> (McMichael, 2021)
Questa concezione di sviluppo ha definitivamente consolidato un approccio autoreferenziale e antropocentrico: l’idea di crescita continua e di disponibilità illimitata di risorse a uso e consumo della specie umana sono presto divenuti elementi esplosivi per via della loro insostenibilità. Il tutto è da intendere in termini degenerativi: l’ondata liberale della stagione thatcheriana è uno dei punti cruciali insieme, appunto, alla caduta del Muro di Berlino quando si va incontro ad una inaspettata fase di espansione per via dell’apertura di tutti i mercati ex-socialisti favorendo la deterritorializzazione dello sviluppo.
<<Le grandi imprese transnazionali si sono moltiplicate e gli stili di vita di ogni continente si sono livellati tra loro: i SUV hanno rimpiazzato i risciò; i telefoni cellulari hanno sostituito le interazioni comunitarie; l’aria condizionata ha soppiantato la siesta. [...] I ceti medi globali – bianchi, neri, gialli, marroni – sono quelli che ne hanno maggiormente approfittato. Hanno fatto shopping in centri commerciali simili, comprato beni elettronici high-tech, visto gli stessi film e serie TV. Come turisti, hanno disposto liberamente di un deciso mezzo di omologazione: il denaro>> (Sachs, 2021)
Il paradosso che già si nascondeva dietro i festoni del progresso senza fine sono stati lasciati volutamente in secondo piano: le prospettive erano troppe ghiotte per fermarsi a riflettere sulle popolazioni sovra-sfruttate, sugli ecosistemi devastati e su tutte le nuove disuguaglianze globali create dai meccanismi innescati.
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