L’alta marea solleva tutte le barche
Autore
Saverio Osso
Anno2025
Compare in Prospettive pluriversali e immaginazione n.0. Per una creatività non antropocentricaNoteCunliffe, P., Hoare, G., Hochuli, A., La fine della fine della storia. Lo strano ritorno della politica nel XXI secolo, Tlon, 2021
Morton, T., Iperoggetti. Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo, NERO, 2018
Filippi, M., Timothy Morton, il sistema operativo del nostro mondo, in “Il Manifesto”, 29 Luglio 2021
[Nota editoriale] Questo articolo fa parte di una serie di estratti tratti da Prospettive pluriversali e immaginazione, una ricerca dedicata alle relazioni tra ecologia, produzione culturale e immaginazione politica. Ogni testo è stato rielaborato per la pubblicazione nel Journal di [ZSD]Project e può essere letto in modo autonomo.
Le cose sono così perché si
Nel contesto tracciato da Hochuli, Hoare e Cunliffe, (ne abbiamo parlato qui) il campo politico, monco di alcuni arti, ha cercato in tutti i modi di stabilizzarsi durante gli ultimi dieci anni del millennio. Il mondo si è apprestato a riconoscere l’eternità dei modelli decretati egemoni dalla storia: neoliberismo, globalizzazione, democrazia. Concetti spesso seguiti da privatizzazione, economia di mercato e libera competizione, protezione degli interessi privati. I valori e i metodi proposti come dominanti hanno avviato un breve e repentino processo di autonaturalizzazione, processo nel quale le leggi dell’economia, del mercato, dello sfruttamento, hanno assunto una tale autonomia da diventare leggi di natura: le cose sono così perché è naturale che siano così, lo ha decretato la storia. L’estensione coatta di metodi e sistemi liberali impone un’ontologia modernista che si insinua dovunque, dai paesi alleati a quelli che stanno affrontando la transizione da un sistema socialista, fino a quelli che rientrano nelle dinamiche post–coloniali tramite meccanismi di sostegno.
Il piano di universalizzazione dello stile di vita pare funzionare: la tesi di Fukuyama secondo cui non si verificheranno ulteriori grandi cambiamenti sociali sembra essere sensata.
I popoli di tutto il mondo si adeguano ad un certo tipo di dinamiche sociali e politiche: d’altronde la democrazia liberale nasce dalla necessità di garantire all’individuo la propria libertà, difesa da un sistema di rappresentanza che funziona come un treno di ingranaggi. Il movimento di piccoli elementi posti alla base si trasmette ad ingranaggi sempre più grandi fino a determinare il moto dell’intera macchina.
Assumendo i meccanismi come ottimali e i fini come condivisi, la politica si è posta come un semplice processo amministrativo il cui scopo era perpetrare il movimento della macchina e, se possibile, accrescerne la velocità media quel tanto che basta per giustificare sforzi e decisioni più o meno dure come riforme fiscali, disastri ambientali o bombardamenti a tappeto in zone strategiche per facilitare l’espansione o minimizzare potenziali pericoli. Lo slogan No Alternatives è trasformato presto in un’affermazione decisa: There Is No Alternative.
L’unione degli Stati ha assunto un ruolo corrispettivo a quello delle federazioni sportive internazionali: rifiniscono le regole del gioco, valutano l’andamento generale, si assicurano un corretto smistamento degli arbitri per ogni partita di campionato e definiscono le multe se qualcuno contravviene alle regole. La politica diventa strumento di gestione e amministrazione dei flussi globalizzati indicando la via a tutti i cittadini del mondo: vivere dentro le regole condivise e pensare ad accrescere i propri interessi in tutto il mondo.
Tutti avrebbero giovato di tale condizione: il primo mondo con il suo alto tenore di vita, considerato come ingranaggio centrale della catena; il secondo mondo considerato come un pentito reo confesso in cerca di clemenza, che cerca di ottimizzare i suoi sistemi per adeguarsi alla società civile dalla quale è stato estraneo per diverso tempo; e il terzo mondo, quello che ha bisogno di sostegno per via di una condizione di partenza svantaggiata per motivi storici trascurabili, e a parere di alcuni detrattori del sistema coinvolto nel gioco per offrire risorse e manodopera a basso costo per permettere i ritmi e i consumi della prima fascia, la stessa che ha posto le basi materiali e concettuali per il suo assoggettamento.
Conta quanta gente non conta
L'universalizzazione dei metodi e dei fini ha avuto come conseguenza temporanea l’insperata ritirata delle formazioni popolari dalla scena di discussione politica. La fase della postpolitica ha inizio.
La postpolitica si configura come una strategia di governo della cosa pubblica che procede per tentativi di depoliticizzazione, enfatizzando il consenso e diluendo le posizioni ideologiche. Il miglior modello di società possibile non può che esser giunto al grado più alto di sviluppo ideologico. A questo punto, gestire e amministrare uno Stato non può che consistere in previsioni e scelte basate su dati concreti studiati da un insieme di persone tecnicamente iper formate.
Il metodo critico che prevale è quello del riduzionismo sviluppista: approccio nella teoria dello sviluppo economico e sociale che semplifica la complessità dei processi di sviluppo riducendoli a pochi indicatori o variabili, spesso trascurando le stratificazioni storiche di ogni contesto, culturale e politico, in cui si inseriscono.
I governi aprono alle amministrazioni tecnocratiche, paradossalmente rappresentate dalla sinistra centrista che cerca di adattarsi alla fine della grande narrazione socialista. Il conseguente restringimento dello spettro ideologico – costretto all’interno delle fasce dal capitalismo liberale – definisce l’habitat ideale per il capitalismo di mercato, sistema attentamente preservato dai governi allineati.
I governi sono in carica per fattori autoevidenti e, se questo non dovesse bastare, ribadiscono politiche sovranazionali che impongono tassi e percentuali di valutazioni a cui attenersi per rientrare nella classifica giusta del mondo.
L’andamento generale del pianeta è razionalizzato in un continuo alternarsi di indici, statistiche e percentuali che rendono i fatti impalpabili e concedono la possibilità di direzionare le macro scelte: i fenomeni su media e larga scala diventano così quantificizzati da perdere evidenze e affinità con la realtà.
È questo il concetto che torna nella nozione di iperoggetto, neologismo coniato da Timothy Morton nella sua complessa riflessione di filosofia ecologica. Definendosi Marxista OOO, egli abbraccia un campo di riflessione tale per cui punta a riconsiderare una nuova ontologia della vita in cui gli esseri umani sono profondamente interconnessi con il mondo non umano. L’OOO torna indietro alla divisione kantiana tra soggetto e oggetto, ponendosi come strumento per avviare nuovi discorsi nel campo dell’etica e dell’estetica. Quello che propone Morton quindi è la rivalutazione dei concetti che poniamo alla base della nostra realtà, intesa volutamente dal sistema capitalista come frammentata, categorizzata e indipendente.
La politica come iperoggetto
Il legame interessante in questa fase è l’associazione tra politica e iperoggetto. Nella fase storica descritta sopra, la politica, ovvero il processo per il quale gruppi di persone prendono decisioni collettive che riguardano il loro benessere comune, viene concepita come un iperoggetto: entità diffusamente distribuite nello spazio e nel tempo al punto da sfuggire alla nostra comprensione diretta. L’ideologia politica neoliberale, non avendo più un contraltare capace di produrre proposte di valore, perde le connotazioni spaziali e temporali ponendosi al pari di tutti quei fenomeni di cui non riusciamo ad avere contezza. E il bello è che è stato un processo voluto, con risultati discreti.
La grande massa di dati prodotti in ambito riduzionista ha contribuito a rendere la politica un iperoggetto, agito solo da coloro deputati ad amministrare il sistema. Tutti gli altri, ritirandosi da un impegno ideologico che appariva privo di possibilità di movimento, hanno continuato a vivere la propria vita all’interno del recinto della postpolitica.
È interessante notare, secondo Hochuli, Hoare e Cunliffe, come tra i fautori di questo processo possiamo proprio identificare i partiti di sinistra che, storditi dalle vicende post ‘89, hanno cercato di mantenersi in vita spostandosi al centro abbracciando il liberalismo tecno progressista, contribuendo decisamente all’iperoggettificazione del tema.
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