La ballata delle margherite
AutoreSaverio Osso
Anno2025
Compare inProspettive pluriversali e immaginazione n.0
Note
In quel giardino non compariva nemmeno un filo d’erba. Troppo freddo, adombrato e poco ospitale. Niente avrebbe portato colore in quelle lande ostili, distese di terra desolata, custodi di tutto il potenziale. Come se la luce avesse abbandonato quella porzione di mondo.
La terra, cupa e crettata dal gelo, sembrava un rifugio ispido. A giudicare dal nefasto scudo, il suo interno doveva contenere qualcosa di estremamente prezioso, qualcosa a cui un tempo gli alchimisti dedicavano l’intera vita.
Ma col tempo il calore del sole giunse sempre più intenso: i raggi, prima deboli e inoffensivi, iniziarono a scaldare la superficie, trasformando il gelo in un tiepido preludio alla vita. I profondi solchi aperti nel sottosuolo incutevano comunque timore. La terra sembrava ferita da qualcosa di sconosciuto, mai visto prima. Lentamente le giornate si allungarono, il tepore si fece più insistente e, come annunciando una nuova era, la terra si aprì. Crepe sottili percorsero il suolo accompagnate da una melodia dolce ma scandita da abissali rintocchi, che riecheggiavano dal profondo di quelle fratture. Fino a quando, con un movimento silenzioso ma inesorabile, un ammasso verde emerse, tremante e curvo, mentre propaggini sotterranee scavavano disperatamente nel terreno per trovare nutrimento.
Quell’entità, cruda e dolce allo stesso tempo, sembrava porre le basi per la sua inesorabile e imperitura rivincita sul gelo.
Era così delicata da poter soccombere da un momento all’altro, eppure così mutevole da sembrare inafferrabile. La sua forma cambiava di momento in momento pur di sopravvivere, compiendo spesso movimenti nuovi, mai visti nel suo repertorio. La sua natura sconosciuta e aliena si sarebbe presto rivelata nella sua complessità: sull’esempio del primo, molte altre di quelle strutture attaccarono la superficie, trapassando quella barriera che fino a poco tempo prima le tratteneva prigioniere di un letargo gelido.
Fu una nascita dirompente e fragile, ma già carica di strategia: i petali scuri del primo fiore, una margherita nera, si eressero verso il cielo, catturando ogni briciola di calore come minuscoli collettori solari, immagazzinando energia per trasformare l’ambiente intorno. In breve tempo, l’arido giardino divenne un mare di petali neri, un manto capace di assorbire il calore, riscaldando la terra e creando le condizioni per una vita più prospera.
Oggi non esistono più esseri che abbiano vissuto quel momento tanto glorioso. Le stagioni passano, portando a un continuo ricambio. Ma si raccontano storie mitiche di quei periodi. Storie di unione, di atti eroici capaci di cambiare la storia di tutti i propri simili. Sono storie che hanno reso fiere molte generazioni di margherite, convinte di aver affrontato enormi sacrifici per la conquista del calore e quindi della vita.
L’apparente trionfo, però, nascose una sfida; una di quelle difficili da prevedere. La crescita sfrenata delle margherite nere, favorita dalle condizioni ideali che esse stesse avevano creato, iniziò a trasformarsi in un ostacolo. L’accumulo di calore divenne eccessivo, spingendo la temperatura oltre i limiti di sostenibilità. I petali scuri, che avevano reso fertile un terreno desolato, si trovarono ora a soffrire sotto il peso della loro funzione.
Ma proprio quando tutto sembrava sul punto di collassare, un nuovo evento cambiò il corso della storia: tra il nero predominante, altri esseri comparvero a variare il gradiente. Comparvero le prime margherite bianche.
Sembravano esili e inadatte, una presenza quasi incongrua nel paesaggio, ma portavano una soluzione salvifica. I loro petali candidi erano capaci di riflettere la luce del sole, restituendola al cielo e contribuendo a dissipare il calore accumulato. Fu un intervento silenzioso, privo di clamore, ma di un’efficacia straordinaria. Le margherite bianche si diffusero, creando macchie luminose che affiancarono il nero predominante, e gradualmente emerse un nuovo equilibrio. Non si trattò di un dominio assoluto: fu un gioco sottile di proporzioni, in cui le nere continuarono ad assorbire il calore necessario per sostenere la vita, mentre le bianche lo mitigavano, mantenendo l’ambiente vivibile.
Con il passare del tempo, il giardino si trasformò in un mosaico dinamico e mutevole, dove i confini tra bianco e nero si mischiarono e si contrassero in un ritmo naturale. Quando il sole era fioco e distante, le margherite nere prendevano il sopravvento, riscaldando il terreno e proteggendo la vita dal freddo. Ma quando il calore cresceva facendosi minaccioso, le bianche si moltiplicavano, raffreddando l’ambiente e restituendo equilibrio al sistema.
Il misterioso ballo bicolore prosegue senza sosta, ora favorendo una tonalità, ora l’altra, come se fosse guidato da una coreografia invisibile. Non c’è consapevolezza, non c’è un piano prestabilito: eppure, il giardino vive e respira; il suo destino è intrecciato a quello delle sue margherite.
Mitopoiesi e sistema-Terra
La mitopoiesi non appartiene solo agli artisti, ai poeti o ai folli. La tendenza a creare astrazioni paradigmatiche è caratteristica comune di tutti gli uomini. Per dirla meglio, la tendenza a creare astrazioni paradigmatiche è il motore che permette all’umanità di progredire in una direzione. Non si sa bene quale, ma intanto è bene andare.
Qualcuno cerca di orientarsi tramite interpretazioni dogmatiche della realtà; qualcun altro, tramite le margherite. Così, studiare il numero di margherite colorate all’interno del nostro grande giardino diventa un’attività non così banale come sembra.
Nel 1983 i ricercatori James Lovelock e Andrew Watson pubblicarono alcuni rapporti sull’ultimo esperimento condotto: un modello computerizzato dal nome Daisy World, il cui obiettivo era quello di avvalorare la controversa Ipotesi Gaia, concezione scientifica del sistema-Terra inteso come complesso olistico interattivo pensabile come un singolo organismo. Daisy World postulava l’esistenza di un pianeta ipotetico, in orbita attorno a una stella simile al Sole con energia radiante variabile. Il pianeta disponeva di un bioma vario: margherite bianche e margherite nere, specie diverse ma con caratteristiche biologiche simili la cui crescita variava al variare dell’esposizione ai raggi solari.
La simulazione proposta dai due scienziati vedeva combinazioni varie e cicliche di margherite che si sviluppavano in modo adattivo per determinare la temperatura superficiale di Daisyworld in funzione delle variazioni delle radiazioni ottenute dalla stella. L’obiettivo di Lovelock era quello di rispondere alle tesi che puntavano a screditare l’unitarietà di Gaia. Con le sue margherite, lo scienziato intendeva ribadire quello che lui e diversi altri colleghi sostenevano da qualche anno: gli organismi viventi interagiscono con l’ambiente inorganico sulla Terra per formare un sistema complesso, sinergico e autoregolante che aiuta a mantenere e perpetuare le condizioni per la vita sul pianeta.
La portata di tale affermazione, capace di cogliere l’eredità di un’intera serie di studi olistici e sistemici sul pianeta, non coinvolge solo le definizioni della biologia o le categorie delle scienze naturali. Pone semmai in evidenza elementi di tutt’altra portata: tutta la produzione scientifica positivista che ha cercato di definire la nostra realtà non è l’unico modo di analizzare una realtà che, in fin dei conti, a malapena conosciamo di vista.
La questione gnoseologica posta dagli studi sistemici è il tema centrale di questa trattazione: dominiamo gli esseri che ci circondano grazie alla conoscenza creatrice di cultura, che sbandieriamo come traguardo a totale beneficio della specie umana, elemento capace di elevarci fino alla cima della catena gerarchica del bioma di riferimento. Eppure sono molte le ricerche che abbracciano una direzione diametralmente opposta, proponendo concetti radicalmente diversi alla base della stessa conoscenza umana.
È utile chiarire che tali ricerche non vengono qui affrontate in modo esteso: gli spunti derivanti da campi di ricerca scientifici come la neurofenomenologia e lo studio della conoscenza si configurano piuttosto come suggestioni teoriche e immaginative, utili ad ampliare il campo della discussione.
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