Il problema non è l’arte contemporanea in sè, ma l’arte contemporanea in me


Autore
    Saverio Osso

    Anno2026
    Compare in Prospettive pluriversali e immaginazione n.1.
    Tattiche di esistenza e resistenza nella società della prestazione


    Note 






    Partendo dal principio, direi che in fin dei conti quello che ci ha condotti fin qui è stato un primo tentativo consapevole di trovare il nostro posto nel mondo, un mondo al quale, per motivi diversi e diversamente profondi, spesso abbiamo faticato ad appartenere. Il problema non è stata l’arte contemporanea in sé, e nemmeno chi vi aderisce; il problema è stato (ed è) trovare sufficiente coraggio per motivare le nostre inclinazioni personali. Lasciare da parte molte insicurezze e trovare in noi stessi il motivo di esistere, e da qui quello che vogliamo lasciare al mondo.

    In questo senso il problema è stato, e sarà, l’arte contemporanea in me, alla quale non sono ancora riuscito a trovare una collocazione univoca che duri più di qualche giorno. Un aspetto disfunzionale e sicuramente divenuto positivo è stato quello di cercare sempre del bello negli altri dal quale prendere esempio; nel percorso esplorativo tracciato abbiamo osservato realtà eterogenee e attraversato concetti e questioni teoriche provando a comprenderne sguardi, posizioni e posture, ma non solo per l’arte: più in generale per il mondo e le sue modalità di abitarlo. Abbiamo iniziato a cercare le nostre domande e, nel tentativo di trovare le risposte, forse ne abbiamo trovate altre.

    Il viaggio attraverso questo osservatorio ci ha arricchiti, ma non è finito qui: è appena cominciato. [ZSD]—Zona di Scambio Differenziante, per un principio di riconoscimento e ammirazione, ripone gran parte della sua speranza operativa proprio nel conoscere e studiare queste realtà. Il nostro progetto nasce dal sentito bisogno di creare un posto ospitale in cui condividere riflessioni, concetti ed esperienze varie; un ritaglio di spazio in cui dare sfogo alle cose in cui crediamo, quelle cose che spesso galleggiano tra sogni e desideri e che forse meritano di trovare una forma concreta di manifestarsi.

    La necessità era un po’ quella di riservare —nel senso proprio di riserva naturale— uno spazio puro di immaginazione in cui far convogliare cose che ci siamo sempre portati dietro in maniera più o meno consapevole: la tendenza a “fare le cose con le mani”, la fiducia nello scambio creativo e nella produzione dal basso e con poche risorse, la voglia di ragionamenti ecologici più profondi che non ritrovavamo in tanti discorsi afferenti ai sistemi dell’arte che abbiamo toccato.

    Queste necessità hanno assunto nel tempo una struttura più complessa, in cui ho inquadrato criticamente tutte le pratiche in un filone vero e proprio di ricerca. Ho scoperto quindi che molte di queste intuizioni — sia personali che condivise in sede di continui confronti con Ilaria — avevano collegamenti critici molto più profondi. In qualche modo questo riconoscimento è stato il primo elemento di validazione che ha dato benzina a un motore un po’ timido.

    Abbiamo sempre associato enormi potenzialità trasformative all’esperienza creativa scegliendo, da un certo momento in poi, di tradurla in attività collettive per rompere la bolla dell’attività-desiderio-estro-capriccio spesso associata alla pratica individuale.

    [ZSD] nasce con la volontà di disegnare un ecosistema favorevole a queste necessità. I primi riferimenti teorici provengono da un universo vorticoso di pratiche e vicende che nel tempo richiamavano la mia attenzione, pur senza riconoscerne un filo conduttore capace di riunirle tutte. Tra questi, ancora prima dei linguaggi del contemporaneo — che solo in un secondo momento sono diventati la struttura concettuale attraverso cui guardare alle cose —, hanno preso spazio la cultura hip hop, il volontariato nel WWF prestato dai miei genitori, le attività del lavoro agricolo nella campagna di famiglia e le iniziative auto-organizzate nel quartiere di Acquicella (Amantea). Di tutte queste esperienze una cosa mi risaltava in particolare: il senso di appartenenza basato su profonde necessità condivise, che spesso prendevano forma in pratiche portate avanti con poche risorse economiche (e di mezzi) e tanta buona volontà delle persone.

    Il concetto — o per meglio dire la condizione — capace di tenere insieme molti di questi aspetti è divenuto, nel tempo, quello di margine: periferia geografica del Tirreno cosentino, periferia culturale di un territorio disperatamente in debito di offerta culturale, periferia produttiva di attività su base volontaria o non direttamente volte alla massimizzazione di produzione e profitti, periferia concettuale di pratiche ecologiche tristemente considerate superflue. Sebbene molti di questi aspetti si configurassero quasi come una zavorra, riconoscere altre pratiche basate su questi principi li ha presto trasformati in punti a favore: è necessario lavorare nel margine e in tutte le difficoltà — e le enormi potenzialità — che questo porta con sé.

    Questi discorsi sono maturati gradualmente dai primi anni di pittura in accademia, in cui una pratica molto superficiale e self oriented non ha attecchito sulle mie intenzioni inconsapevoli, finendo anzi per sterilizzare un po’ la vena creativa. Però con lo studio teorico ho iniziato a collezionare riferimenti più vicini al mio interesse, dai quali ho capito che “pittura” non significa solo quello che mi veniva richiesto o suggerito in accademia, ma molto, molto di più. In questo senso i riferimenti sono diventati quegli artisti e quelle organizzazioni capaci di proporre pratiche alternative e finali aperti. Quindi Garutti, Hirschhorn, Yes Men, Superstudio e progetti come Guilmi, A Cielo Aperto e altri, meno legati alla visione romantica dell’individuo con un dono → estro → momento creativo → opera — che parla a tutti e che tutti devono ascoltare — e più propensi a ibridare pratiche e linguaggi con ricadute concrete nella vita delle persone.

    In questo senso Luther Blissett è stato un po’ un coagulo di cose che vagavano nella mia mente in varie forme. LBP — e tutte le figure coinvolte nel progetto — racchiudeva tutto quello che mi interessava: lotta politica e produzione teorica militante, unione di linguaggi vari (musica, editoria, radio, azioni) estremamente ironici e ambigui, modelli orizzontali e di individualità multipla. La proposta curatoriale di Ruangrupa per Documenta 15 ha fornito un ulteriore punto di vista, ampio e dettagliato allo stesso tempo: pratiche che rendevano i discorsi ecologici necessari alla produzione.

    Nel prosieguo della ricerca ho capito dunque che esisteva un intero filone di riflessione che si occupava di questo e che riuniva persone in tutto il mondo. Da un punto di vista storico-artistico è facile inquadrare il macrogruppo DADA–Internazionale Situazionista–Internazionale Lettrista–Mail Art–Neoismo e tutte le sottoteorie legate a queste: persone che creavano con l’intento di questionare-negare un certo tipo di statuto dell’“Arte”, dell’“Opera”, dell’“Artista”, accompagnando il tutto a una visione critica molto consapevole che, per me, oggi si riconduce alle ecologie.

    Prospettive pluriversali mi ha portato a concretizzare il collegamento di tutte queste istanze: ho studiato quelle pratiche artistiche alternative per evidenziare la necessità di abbracciare nuove prospettive di creazione ecologica. Il filone teorico che mi ha permesso di tenere insieme queste due cose è quello — per essere molto generici — del pensiero ecologico applicato ai modelli creativi.

    All’interno del Numero 0 l’ho abbracciato da un punto di vista speculativo: ho ipotizzato legami tra pratiche artistiche, modelli concettuali e teorie ecologiche per sostenere la tesi che sia auspicabile riconsiderare la produzione umana (creativa) verso un modello di creatività non antropocentrica, ovvero basata su un concetto più ecologico dello stare-nel-mondo.




    © [ZSD]Project 2026
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