Per un universo universale

 


Autore
    Saverio Osso

    Anno2025
    Compare in Prospettive pluriversali e immaginazione n.0. Per una creatività non antropocentrica
    Note e testi di riferimentoNordhaus, T., Schellenberger, M., The death of environmentalism. Global warming politics in a post environmental world

    Nordhaus, T., et al., Manifesto degli ecomodernisti, https://www.ecomodernism.org/italiano

    Environmental Progress, https://environmentalprogress.org/

    Bliss, S., Kallis, G., Ecomodernismo, in “Pluriverso, dizionario del post-sviluppo”, Orthotes, Napoli, 2021

    Ribeiro, S., Geoingegneria, in “Pluriverso, dizionario del post-sviluppo”, Orthotes, Napoli, 2021




    [Nota editoriale] Questo articolo fa parte di una serie di estratti tratti da Prospettive pluriversali e immaginazione, una ricerca dedicata alle relazioni tra ecologia, produzione culturale e immaginazione politica. Ogni testo è stato rielaborato per la pubblicazione nel Journal di [ZSD]Project e può essere letto in modo autonomo.
    Antropocene felice

    Se l’OOO (di cui abbiamo parlato qui) propone una riconsiderazione della dualità kantiana soggetto-oggetto che ha posto le basi per la cultura europea, la direzione ontologicamente opposta è intrapresa dall’Ecomodernismo, il movimento filosofico-ambientale divenuto strumento per la sistematizzazione dell’impronta sviluppista trattata nel paragrafo precedente.

    L’ecomodernismo, sin dalle sue origini, si pone in opposizione alle strategie politiche dell’ambientalismo di inizio millennio: nel 2004 è avanzata l’idea di un post ambientalismo in risposta all’incapacità del movimento ambientalista tradizionale di far fronte alle sfide del cambiamento climatico e della sostenibilità. Gli autori sostengono che l’approccio ambientalista classico, basato principalmente sulla regolamentazione, la protezione delle risorse naturali e la riduzione delle emissioni attraverso misure specifiche, non è sufficiente per risolvere problemi complessi e globali come il cambiamento climatico.

    Partendo da tali premesse, il Manifesto Ecomodernista chiarisce :<<fintanto che sostentamento e benessere della specie umana rimangono intimamente dipendenti dall'ecosistema, esso non potrà essere tutelato e valorizzato>> (Nordhaus, 2016). L’essere umano, gloriosamente entrato nell’Età dell’uomo, deve prepararsi ad un positivo, persino superlativo, Antropocene con la convinzione che conoscenza e tecnologia gli permettano di applicare con padronanza i propri poteri sociali, economici e tecnologici.

    Qui si dipana l’aspetto audace della proposta ecomodernista: disaccoppiare lo sviluppo sociale e l’impatto ambientale causato dallo stesso, sostituendo la natura con processi artificiali. 

    Non a caso l’ultimo progetto di uno dei fautori del movimento ha proprio l’obiettivo di manifestare contro la chiusura delle vecchie centrali nucleari americane. 

    Così facendo auspicano un continuo sviluppo della tecnica che possa marcare definitivamente la distanza tra specie umana e resto della biosfera, creando potenzialmente le premesse per una nuova stagione di crescita a suon di ottimizzazione dei processi produttivi, libera intraprendenza, intelligenza artificiale e geoingegneria.

    Cambiamento apicale

    Sebbene il movimento non abbia ispirato movimenti civici di portata globale, l’Ecomodernismo ha goduto di una particolare eco in ambito istituzionale. Nell’analisi condotta da Sam Bliss e Giorgios Kallis il fenomeno è analizzato per quanto segue: <<Non esistono movimenti sociali che si richiamano al post-ambientalismo perché semplicemente il post-ambientalismo non ne ha bisogno. Lo si può considerare, in effetti, come un’iperbole di quelle che sono le più comuni e diffuse opinioni secondo cui i modi del consumo ordinario possono essere riprodotti se supportati dalle tecnologie pulite, le comunità più marginali causano il degrado dei loro stessi ambienti per le loro modalità di gestione e sfruttamento delle risorse, il cambiamento climatico non necessita di sostanziali trasformazioni a livello sociale e culturale, e la crescita economica è un processo naturale e inevitabile>> (Bliss, Kallis, 2021).

    Il Manifesto risulta come la riproposizione ostinata dell’approccio che in meno di due secoli ha profondamente influenzato l'equilibrio del Pianeta : <<Gli uomini sono fatti a partire dalla terra, e la terra è rimodellata dalle mani degli uomini>> recita il primo periodo del Manifesto, perpetrando un approccio estrattivista e colonizzatore in cerca di un benessere continuo dell’umanità, e non della biosfera intesa in termini olistici.
    Proseguendo l’analisi, Bliss e Kallis aggiungono: <<Qualcuno trova rassicurante credere che la riduzione della povertà e la sostenibilità possono essere raggiunte senza sacrificare quei ricchi stili di vita che pratichiamo e che affannosamente proviamo ad inseguire>>, fenomeno che, in fin dei conti, riassume la discutibilità del concetto di ecomodernismo.

    Tallone da killer
    Il fatto che queste teorizzazioni abbiano fornito ai governi una pezza d’appoggio teorica “ecologica”, peggiora lo scenario. Governi e Organizzazioni sovranazionali sviano la questione sulla necessità di mettere in discussione la radice della crisi riconoscendo nella tecnologia lo strumento capace di risolvere i problemi del globo tramite interventi sempre più massivi e invasivi. 

    Tra le soluzioni più controverse c’è quella della geoingegneria, ambito di ricerca che propone una serie di interventi su larga scala sugli ecosistemi con l’obiettivo di indurne un’alterazione.

    A dispetto degli effetti potenziali, gli impatti negativi sono molti e diffusi: manipolazione di ecosistemi globali dinamici, impossibilità di portare avanti fasi sperimentali, rischio di commercializzazione della crisi climatica, escludendo per ora la remota possibilità che le eventuali scoperte vengano impiegati come strumenti di guerra (molte di tali ricerche sono eredi di studi condotti in ambito militare).

    Agli occhi comuni, alcuni dei progetti realmente studiati propongono interventi talmente invasivi e sovradimensionati da aprire scenari distopici: iniezioni nella stratosfera per oscurare le radiazioni solari, città impilate in linee chilometriche, creazione di nuvole più dense per permettere un maggiore effetto di riflettività della Terra.

    Malgrado gli studi di scienze applicate evidenziano esili spiragli di reale fattibilità di tali piani, il tema torna ad essere uno: adottiamo soluzioni tecnologiche che deviano la necessità di affrontare dalle fondamenta le cause degli squilibri intra specie.

    Il lento e lungo processo che ha portato all’apparente sintesi definitiva della storia occidentale si manifesta oggi in un pensiero rigorosamente antropocentrico che guida l’andamento e le attività sovranazionali tramite la continua disgiunzione di fenomeni, cause e conseguenze, diluendo la percezione dei problemi in enormi pile di numeri e statistiche votate all’efficientamento, paradigma di ogni processo contemporaneo. 











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